Archivio mensile:dicembre 2014

La grave svalutazione della moneta giapponese

Negli ultimi mesi la moneta giapponese, lo Yen, ha subito un forte declino e, secondo gli analisti, questa fase è destinata a durare ancora a lungo termine. L’opposizione giapponese ha accusato il Primo Ministro, Shinzo Abe, di essere il principale fautore di questo declino con una gestione scellerata del suo governo e del proprio incarico. Molti investitori nel mercato si aspettavano un rafforzamento della moneta in seguito all’annuncio di elezioni anticipate e i membri del governo hanno concentrato i propri sforzi nel contrastare l’impressione che il valore della moneta stesse andando fuori controllo. La maggioranza ritiene però molto difficile che si possa assistere ad un radicale rovesciamento, dato che l’andamento dello Yen negli ultimi due anni ha perso terreno rispetto a tutte le principali controparti, come ad esempio il Rublo russo e il Pesos argentino. Dei cinquanta specialisti interrogati in materia, solamente nove si aspettano entro la fine del 2015 un rafforzamento dello Yen rispetto ai livelli attuali nei confronti del Dollaro Americano. Secondo Yunosuke Ikeda, responsabile di ricerca di FX a Nomura Securities, l’andamento del Dollaro nei confronti dello Yen è andato ben oltre i livelli sostenuti dai fondamentali.

Il livello di inflazione in Inghilterra al minimo storico negli ultimi 10 anni

La caduta del prezzo del petrolio e dei prodotti alimentari ha portato il livello di inflazione in Inghilterra al suo minimo storico per quanto riguarda i valori degli ultimi dieci anni. Questa diminuzione ha favorito un innalzamento per quanto riguarda la capacità di spesa delle famiglie, le quali stanno ancora uscendo da un lungo periodo caratterizzato da salari sempre stagnanti. Nel frattempo il prezzo del petrolio continua a scendere incessantemente e gli analisti hanno ipotizzato che nei prossimi mesi questa discesa non si arresterà, raggiungendo un livello più basso del 2%, obiettivo fissato dalla Banca d’Inghilterra, per un periodo di tempo prolungato. Il prezzo relativo al Brent ha fatto segnare il livello minore mai registrato dal 2009, sotto i 60 dollari al barile. Anche il Governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha commentato gli accadimenti, sottolineando che la caduta del 40% del prezzo del petrolio da giugno rappresenti un’ottima notizia per il territorio inglese. Le conseguenze immediate riguarderanno l’aumento del flusso economico per i consumatori, un incremento del reddito reale disponibile e conseguentemente una crescita del netto positivo per tutta l’economia del Regno Unito.

Il crollo del mercato del petrolio internazionale

La diminuzione di 2 dollari sul prezzo del barile di petrolio registrata in questi ultimi giorni nel mercato asiatico ha portato le economie mondiali di settore all’ennesimo crollo, proseguendo la lunga scia negativa che si protrae ormai dal 2008, anno in cui è iniziata la grave crisi finanziaria. Il Brent, petrolio grezzo di riferimento a livello mondiale, è in continua caduta da ormai cinque mesi e ha raggiunto il livello di 70 dollari al barile, mentre il Wti, il benchmark nel prezzo del petrolio sul mercato dei futures del NYMEX, ha raggiunto quota 66 dollari. Il crollo di tutte le borse dei Paesi del Golfo è la naturale conseguenza dell’annuncio fatto dall’OPEC giovedì scorso, con il quale ha deciso di non tagliare la propria produzione mantenendo il suo tetto massimo inalterato. I principali Paesi produttori di petrolio hanno fatto registrare notevoli cali: ad esempio Riyadh perde il 4,8%, Dubai il 4,7%, Abu Dhabi il 2,6%, la piazza dell’Oman il 6,2% e quella del Qatar il 4,3%. Anche il principale gruppo mondiale energetico, Exxon, ha fatto registrare una perdita alla Borsa di New York pari a 16,8 miliardi di dollari. Questo crollo potrebbe avere delle ripercussioni molto serie anche per la Russia: circa la metà delle entrate iscritte a bilancio provengono infatti dal petrolio e dal gas, la cui domanda interna è valutata in circa due trilioni di dollari, l’eccesso di domanda rischia quindi di portare la superpotenza mondiale verso un periodo di recessione. Questa ipotesi spaventa anche il premier russo Vladimir Putin, il quale vorrebbe proporre un taglio delle proprie estrazioni di circa 15 milioni di tonnellate l’anno in cambio di un taglio pari a 70 milioni degli altri produttori dell’organizzazione.